Maltrattamenti. Ridotta la pena a Marilza

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Dai sei anni a tre anni e quattro mesi. I giudici della corte d’appello del tribunale di Bari hanno ridotto la pena per Marilza, la 31enne gioiese di origine brasiliana che ad agosto 2010 avrebbe ridotto in fin di vita suo figlio Graziano, allora di appena sei mesi, picchiandolo ripetutamente sul fasciatoio.

Modificando il verdetto del primo grado, in appello i giudici hanno riconosciuto che il delitto è avvenuto in un contesto particolare e in una situazione psicologica delicata. È stato infatti riconosciuto a Marilza un vizio parziale di mente che ha spinto i giudici a ridurre la pena. La donna, che si trova agli arresti domiciliari, ha già scontato due anni e mezzo.

Il 12 agosto 2010 il piccolo Graziano fu portato al pronto soccorso dai suoi stessi genitori. I sanitari accertarono su di lui 13 fratture al cranio, a sette costole, alle dita delle mani, a un femore e a un omero, oltre a numerose ecchimosi sparse in varie parti del corpo. In ospedale il bambino ha superato due collassi cardiocircolatori ed è stato in coma dopo un delicatissimo intervento alla testa con l’inserimento di due drenaggi. Inoltre risultava denutrito e pesava meno della metà di quanto avrebbe dovuto a quell’età. Negli interrogatori delle ore successive la donna ammise subito di essere la responsabile dei maltrattamenti aggiungendo che gli sfoghi sul bambino sarebbero stati dovuti ai litigi con il suo compagno, padre di Graziano.

Nessuno vuole sminuire la gravità del fatto – affermano gli avvocati Angelo Pagliara e Alessio Carlucci che difendono la donna – ma tutto è avvenuto in un contesto psicologico particolare come ha accertato la perizia psichiatrica. Se Marilza fosse stata più presente a se stessa non avrebbe commesso nulla. Non era lucida e questo ha influito sulla sua condotta. Ci rendiamo conto che un episodio del genere desta grande sofferenza e orrore, ma il punto è: bisogna punire una persona solo per dare soddisfazione alla pubblica opinione o dare la giusta pena a una donna che viveva in un contesto particolare un periodo difficile della sua vita?”.

Intanto non si è concluso il processo che vede imputato il padre di Graziano, Carlo Turra. A lui è contestato il reato omissivo improprio, previsto dall’articolo 40 del codice penale, che al secondo comma recita: “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”. In altre parole, secondo l’accusa, l’uomo non avrebbe fatto niente per evitare quanto successo, nonostante sapesse. L’uomo è difeso sempre da Pagliara e da Carlucci. Il processo è ancora nella fase dibattimentale e i legali mirano a dimostrare che il padre non si era accorto di nulla. In quel periodo infatti, sostengono i legali, l’uomo era molto impegnato sul lavoro. Andava via di casa alle cinque del mattino e rincasava alle 22. E in quei mesi, agli impegni dell’azienda, si erano aggiunti problemi cardiaci di suo padre che era ricoverato in ospedale e veniva assistito da Carlo quotidianamente. Insomma secondo la difesa il quadro in cui sono maturati i maltrattamenti sul piccolo sarebbe questo: Marilza era stressata e depressa perché era sola, il suo compagno non c’era mai per i tanti impegni. E questo mix di problemi avrebbe portato la giovane a sfogarsi sul figlio senza rendersi conto di quello che faceva. Il compagno non si era accorto di nulla perché non c’era mai e non avrebbe potuto farlo.

Intanto il bambino, che ha compiuto a febbraio tre anni, è sempre ricoverato in un centro di riabilitazione. Le sue condizioni sono stazionarie. È circondato dall’affetto dei medici e delle infermiere e dall’amore dei nonni paterni e materni che vanno sempre a trovarlo. Sua madre agli arresti domiciliari chiede di lui. Sta meglio ed è seguita dai Servizi sociali.

Pubblicato su Gioia Oggi – Febbraio I 2013

 

 

 

 

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