Sull’International Journal of Molecular Sciences lo scienziato gioiese Giuseppe Procino

La prestigiosa rivista scientifica International Journal of Molecular Sciences ha pubblicato lo scorso 24 dicembre la ricerca dello scienziato di Gioia del Colle Giuseppe Procino e del  suo team su una nuova frontiera per la dialisi peritoneale.

Abbiamo voluto chiacchiere con lui dei suoi studi e dell’importanza della ricerca scientifica in questo importante momento storico. La pandemia da Covid-19, i recenti vaccini hanno alimentato non poche polemiche su un mondo che ha alla sua base il rigore dei dati.




Cosa ci dice la tua recente pubblicazione su International Journal of Molecular Sciences?
Il 24 Dicembre, quasi a voler essere un regalo di Natale per oltre due anni di lavoro di ricerca, è apparso online un articolo scientifico, da me coordinato, che riassume i risultati di una ricerca sulla biocompatibilità di nuove soluzioni da utilizzare in dialisi peritoneale, che potrebbero aiutare i pazienti, con insufficienza renale, sottoposti a questa terapia sostitutiva.

Senza entrare troppo in dettagli tecnici, la dialisi peritoneale sostituisce, laddove è possibile, la classica emodialisi e permette al paziente di avere una qualità di vita migliore in quanto non richiede lunghe ore di sedute connessi all’apparecchio di emodialisi e visite quotidiane o settimanali ai centri di dialisi. La dialisi peritoneale può essere effettuata a casa dal paziente stesso, infondendo nella cavità addominale una soluzione salina che ha la capacità di attrarre l’eccesso di acqua e prodotti di scarto che il paziente non riesce ad eliminare naturalmente con le urine, proprio a causa della insufficienza renale di cui soffre.

La membrana peritoneale, che avvolge gli organi interni, permette questi scambi e da’ il nome a questo tipo di dialisi. Dopo alcune ore questo liquido viene rimosso, con tutto quello che ha allontanato dal sangue, ed il processo si ripete.   Durante la permanenza del liquido nella cavità addominale, e mentre questi scambi avvengono, il paziente è in grado di svolgere le normali attività della propria vita.

La diffusione di questo tipo di dialisi, con tutti i suoi vantaggi, è ancora limitata a causa della non completa biocompatibilità delle soluzioni che oggi sono utilizzate. L’idea di partenza di questo lavoro nasce da una collaborazione ormai solida con una impresa svizzera, la CoreQuest, diretta da un medico, Arduino Arduini, che insieme ad un altro medico, Mario Bonomini, un nome di spicco nel campo della dialisi, hanno messo a punto una nuova formulazione di soluzioni per dialisi peritoneale che sostituisce parte del glucosio (il maggiore responsabile degli effetti avversi a lungo termine delle comuni soluzioni di dialisi) con xilitolo e l’amminoacido L-carnitina. Per questa idea abbiamo ottenuto un finanziamento dal MIUR per una borsa di Dottorato industriale, che è andata per concorso pubblico ad una giovane ed appassionata ricercatrice, Francesca Piccapane che ha svolto in prima persona gran parte della ricerca. Con il mio gruppo di ricerca del Dipartimento di Bioscienze, Biotecnologie e Biofarmaceutica dell’Università di Bari, abbiamo ricreato in vitro una membrana peritoneale umana ed abbiamo testato su questa la biocompatibilità di queste nuove soluzioni (Xylocore), confrontandole con quelle da anni utilizzate in dialisi peritoneale. Abbiamo ottenuto risultati molto chiari che confermano che queste nuove soluzioni preservano la struttura, la vitalità e la funzione della membrana peritoneale oltre a ridurre il fenomeno di infiammazione. Un risultato importante, che se confermato anche dagli studi clinici su pazienti, tuttora in corso, potrebbe dare grande speranza ai pazienti in dialisi peritoneale. Questi potrebbero rimanere in dialisi per molti più anni, dover ricorrere meno ad episodi di ospedalizzazione e condurre una vita più “normale”. 

L’articolo, per chi fosse interessato a leggerlo, è disponibile al seguente link:

https://www.mdpi.com/1422-0067/22/1/123/pdf

Che cosa significa pubblicare uno studio su una rivista internazionale e perché è importante?
Al di là della personale soddisfazione di veder pubblicato il proprio studio su una rivista internazionale la cosa è importante per consolidare le basi del sapere e condividerle con la comunità scientifica, che su quelle basi potrà poggiare futuri progressi, nel tentativo di rispondere a problemi biologici e necessità in campo medico e clinico, come in questo caso. Una specie di staffetta: si scopre qualcosa e lo si mette a disposizione della comunità per proseguire la corsa verso un obiettivo comune. Questa è la comunità scientifica, al netto di rari episodi che gettano ombre sul suo operato o sulle sue finalità. Ogni lavoro scientifico è un lavoro a cui tutta la comunità prende parte.  Come in questo caso, un gruppo di ricerca riassume i risultati di una ricerca in un articolo corredato di: uno stato dell’arte sulla problematica, una ipotesi, il metodo di sperimentazione adottato, i risultati ottenuti e la discussione del loro rigore e della loro valenza. Per convenzione e consuetudine le riviste scientifiche, prima di pubblicare l’articolo, lo inviano a 2-3 scienziati, che lavorano nel medesimo settore della ricerca, per la suddetta revisione tra pari (peer review). Questi, mantenendo l’anonimato, e dichiarando di non avere conflitto di interessi o collaborazioni con gli autori della ricerca, analizzano il rigore del metodo, dei risultati e della discussione e possono richiedere ulteriori verifiche, o addirittura respingere l’articolo se ritengono le conclusioni non sufficientemente supportate. Completate le revisioni, i controlli e le integrazioni, e solo dopo parere favorevole dei revisori, l’articolo può essere pubblicato. Questo processo di “validazione dei dati” è fondamentale e rappresenta la differenza tra una pubblicazione scientifica rigorosa ed un articolo su riviste non scientifiche o quotidiani/periodici, che spesso vengono a torto considerati riferimenti autorevoli nella discussione in ambito medico. La storia del dibattito sul Covid-19 ne è il triste emblema. Titoli spesso costruiti ad arte per richiamare l’attenzione, ipotesi azzardate non sorrette da adeguate ricerche, interviste a ricercatori alla ricerca di visibilità a buon mercato. Non ultimo il fenomeno dei suddetti articoli “scientifici” pre-print (un esempio tra tutti le pubblicazioni sul sito medRxiv), cioè ricerche pubblicate sotto forma di articoli scientifici ma che non sono state sottoposte alla revisione tra pari che ho descritto sopra. La ricerca è rigore. Per costruire un muro solido, i mattoni devono essere robusti, ben squadrati e controllati.

Che cosa è la scienza e chi è lo scienziato?
Domanda da 1 milione di € fatta nel 2020, quasi 21. La scienza è un bagaglio di conoscenze ottenute attraverso osservazione e ricerca. Se parliamo di scienze empiriche in campo biologico, dobbiamo partire dal presupposto che stiamo analizzando fenomeni che si sono evoluti in milioni di anni. Basta pensare alla complessità della vita, della biologia di un essere umano. Un lavoro enorme comprendere in poche centinaia di anni di scienze moderne quello che la natura ha costruito in milioni e milioni di anni. Per contro, le scienze umanistiche, politiche, economiche, solo per fare degli esempi, analizzano attività recenti e costruite dall’uomo stesso.

Per questo la costruzione delle Scienza della Vita è un lavoro che va affrontato in cooperazione globale, poggiando ogni progresso su quello precedente, confidando, in buona fede, che questo sia solido.

Lo scienziato è un professionista che decide di correre questa corsa comune insieme ad altri. Lo scienziato utilizza la sperimentazione: formula delle ipotesi e le verifica in un sistema che riproduce in scala ridotta un aspetto del sistema più ampio che è la natura. In quello di cui mi occupo in ambito di salute umana, si parte da sperimentare su sistemi semplici come cellule isolate, poi si passa a tessuti, poi ad organi e, infine, su un individuo. Per capire come funziona la macchina umana, cosa è “inceppato” durante la patologia, e come ripristinare il funzionamento mediante un intervento terapeutico.

Lo scienziato deve essere intellettualmente onesto. Perseguire la conoscenza e orientare le applicazioni di questa verso il progresso della Salute, del benessere socioeconomico e morale della maggior parte degli uomini e dell’ambiente in cui vivono.

Lo scienziato ha il dovere di divulgare le conoscenze, renderle fruibili al maggior numero di persone affinchè tutti, in particolare chi ha responsabilità politiche e di governo, possano prendere decisioni in Scienza e Coscienza.

Da indegno appartenente alla comunità scientifica, in questo cruciale momento storico, in cui il contributo della Scienza è fondamentale nel risolvere il problema pandemico che è sotto i nostri occhi, mi permetto di fare un appello all’unità, al bando dei personalismi e degli interessi privati, in favore delle sorti del genere umano.