Dimissioni, uno schiaffo alla Città

“L’uomo – scriveva Spinoza – mantiene la possibilità di essere libero qualunque sia il tipo di comunità politica in cui vive, in quanto egli è libero nella misura in cui si fa guidare dalla ragione”.

Quando giovedì scorso il Presidente del Senato, Pietro Grasso, seconda carica dello Stato Italiano, ha deciso di lasciare il suo partito di riferimento, il Pd, perché ormai in disaccordo con la linea politica della segreteria, nessuno si è mai sognato di criticarlo citando un vincolo di mandato elettorale, perché non esiste, o tantomeno etico, concetto ancora più anomalo del primo.

La mancanza del vincolo di mandato è infatti sinonimo di una democrazia sana, dove esiste ancora il diritto della libertà di espressione. Se così non fosse, e una segreteria di partito decidesse di rifare la marcia su Roma o di presentare leggi razziali, l’eletto non sarebbe in grado di prendere le distanze dai suoi vertici di partito.

Per lo stesso motivo l’elettorato sostiene esponenti eccellenti di movimenti e liste civiche nonostante in passato abbiano avuto una tessera di partito e siano stati segretari, ad esempio, del Partito Democratico. Di fatto è lecito cambiare idea e se la si cambia è perché si deve proprio tutelare quell’elettorato che ti ha sostenuto.

Detto questo e tornando alle cose più strettamente locali, il fatto che due consiglieri del partito di maggioranza relativa, Prodigio, abbiano deciso di creare il gruppo misto non è un abominio né etico né morale né legale, tanto più che è previsto dallo Statuto comunale all’art. 14, quando recita che “un qualsiasi altro consigliere che nel corso del proprio mandato ritenga di uscire dal gruppo di appartenenza, se non aderisce ad un altro gruppo già presente in Consiglio Comunale, confluisce nel gruppo misto…”. E questo può succedere per i Consiglieri di maggioranza e di minoranza.

Quindi i consiglieri Alessandro De Rosa e Giuseppe Zileni, quando hanno deciso di lasciare Prodigio per aderire al gruppo Misto, non si sono inventati niente e non hanno usato artifici politici.

Del resto, sono stati proprio il Sindaco e il Vicesindaco ad insegnarci l’importanza del potere di controllo dei consiglieri comunale, proprio quando sedevano in quelle fila qualche anno fa. Preoccuparsi ora del loro ruolo, in una compagine di persone oneste, risulta superfluo.

Il discorso potrebbe finire qua.

Nella lettera in cui annunciano l’uscita da Prodigio, Zileni e De Rosa ribadiscono che in ogni caso non tolgono l’appoggio alla maggioranza. Garantendosi una maggiore autonomia di critica e di riflessione, hanno scelto semplicemente di stare fuori, di avere un osservatorio diverso.

Allora il Sindaco che fa? Si dimette – scrive nella sua lettera di dimissioni – per non soggiacere al gioco di poltrone e di ricatti, che avrebbe creato frizioni nella squadra che riteneva coesa.

Ma la sensazione è che il sindaco e i vertici di Prodigio non abbiano voluto ascoltare le critiche che i due consiglieri volevano sollevare sull’operato di alcuni assessori. Far passare queste critiche come richieste di poltrone potrebbe alla lunga rendere ciechi. In tutti i casi la reazione del Sindaco e dei vertici di Prodigio denota una mancanza assoluta di umiltà, come a dichiarare una infallibilità che oggi non viene riconosciuta neanche al Papa.

Ancora. Non è molto chiara qual è la crisi che il Sindaco deve sanare in questi 20 giorni prima dell’efficacia delle sue dimissioni. Vuole che la sua maggioranza ormai arrivata a 9 (dunque con un solo consigliere di scarto), compreso lui e il Presidente del Consiglio, sia monolitica, come del resto si è sempre dimostrata, o auspica che i due “dissidenti” si dimettano per procedere alla loro sostituzione? E se, come è lecito, rimane a 9, non sarebbe egli stesso continuamente ricattabile dagli umori di ognuno? Il sindaco “dimissionario” però attribuisce a De Rosa e Zileni, ormai marchiati con la lettera scarlatta, il peso e la colpa di questa crisi.

Una crisi inesistente che ne copre una ben più preoccupante per il futuro di Gioia.

Questa Amministrazione, ad esempio, ha avuto la migliore estate di sempre (alte temperature per un asfalto più aderente e resistente) e circa 500 mila euro disponibili per rifare le strade di Gioia del Colle e ha sostenuto un enorme sforzo economico per la chiusura del centro storico, senza una fattiva ricaduta in termini economici e commerciali per l’intera Città. Fatti che la gente ha vissuto e vive sulla sua pelle.

Tuttavia a Palazzo san Domenico il problema è l’ingegnere arrestato, gli equilibri di bilancio che si stanno affrontando da questo autunno, i contenziosi legali, Zileni e De Rosa che lasciano la maggioranza, ecc… E il distacco con i cittadini è tangibile, tanto che è molto raro trovare un assessore in giro per Gioia. Evidentemente saranno timidi.

Se di una crisi si deve parlare è quella nata non per le dimissioni del Sindaco, ma perchè lascerebbe questa Città con tante date cerchiate sul calendario, come l’inizio della raccolta dei rifiuti porta a porta o la chiusura della Coop. Il buon padre di famiglia dovrebbe avere il buon senso di affrontare quanto sta per accadere a muso duro e a prescindere dalle grane interne del suo partito, perché, questa volta sì, ad essere tradita sarebbe la Città.

Tra l’altro saremmo noi ciechi e faziosi se non sottolineassimo anche alcuni ottimi risultati raggiunti dall’Amministrazione e che verrebbero cancellati dalle dimissioni, come i finanziamenti che stanno per arrivare, la progettazione di cantieri, la riorganizzazione che si sta verificando nei vari settori del Comune. Tutto azzerato per una crisi d’orgoglio, perché due consiglieri hanno osato criticare, hanno osato abbandonare il partito, cosa che, come è noto, è la prima preoccupazione dei gioiesi.

Siamo ancora lontani dal sospettare che si voglia addebitare alla creazione del gruppo misto la volontà di non affrontare problemi tanto scottanti ed è per questo che la crisi rientrerà, Lucilla ritirerà le dimissioni e la colpa sarà sicuramente di qualcun’altro.

Occorre ricordare che il Sindaco governa la Città per il tramite della sua maggioranza, qualsiasi essa sia. Ecco perché il voto disgiunto nelle amministrative serve a permettere al Primo Cittadino di governare fino a quando ha i numeri in Consiglio comunale e fino a quando i consiglieri non approvano una mozione di sfiducia.

E allora, l’unica domanda vera è: cui prodest questa sceneggiata?

La risposta: a nessuno.

Quindi la ricreazione è finita.