Bullismo e baby gang, esce il libro del gioiese Antonio Murzio

Sarà in libreria dal prossimo 22 maggio il libro edito da Imprimatur “Educati alla violenza. Storie di bullismo e baby gang” scritto dal gioiese Antonio Murzio.

Nato a Gioia del Colle nel 1960, è redattore di un settimanale nazionale e ha scritto per Oggi, Gente, Visto, Giallo, linkiesta.it. ha lavorato in Calabria, Basilicata ed Emilia Romagna. Ora vive a Milano.

Murzio scrive dunque di bullismo, un argomento quanto mai attuale e delicato che merita l’attenzione delle famiglie e delle scuole e anche dei ragazzi.

Postfazione
Un consiglio: leggere il primo capitolo.
Antonio Murzio ci fa vivere le storie di Arturo, Aurora, Andrea, Giovanni, Anna e Beatrice raccontando – con la precisione del cronista che raccoglie testimonianze – sei drammi del bullismo. Racconti che ti entrano nel cuore prima che nella mente. E in questi racconti emergono subito le questioni che nei capitoli successivi vengono ulteriormente analizzate.

La prima è la troppo frequente incapacità (o non volontà) delle strutture scolastiche di capire e ascoltare, di intervenire in modo deciso a fronte delle denunce o delle richieste dei giovani e delle loro famiglie. La seconda è, purtroppo, la responsabilità dei genitori che per i più svariati motivi non svolgono la loro funzione primaria di dare ai propri figli una scala di valori, di punti di riferimento, un’educazione in senso lato. Il bullismo non è un fenomeno nuovo. I bulli, i prepotenti, si trovavano a scuola, poi in caserma, anche negli ambienti dello sport. Accadeva anche sessant’anni fa che un ragazzo (a quell’epoca era un fenomeno tipicamente maschile, oggi non più) facesse il gradasso con il soggetto più debole. Ma – e sono 160 ricordi personali – a scuola il maestro interveniva con energia, a casa i genitori passavano dal rimprovero duro alla punizione. E nessun genitore allora faceva ricorso contro l’insegnante o peggio faceva violenze contro gli insegnanti. Un mondo che non c’è più.

Ciò che racconta Murzio è l’aggravarsi di questo fenomeno, la creazione delle baby gang, l’assorbimento nelle organizzazioni malavitose di questi giovani che non vedono speranze per il loro futuro. Nelle parti successive del libro sono riportati testimonianze e documenti che vanno in profondità del fenomeno lanciando vari allarmi: dall’età dei minori coinvolti che si abbassa sempre di più con casi non rari a partire dall’asilo, alla difficoltà dei genitori di rapportarsi con un fenomeno “fisiologico”: la crisi adolescenziale.

Ad ogni pagina e in ogni capitolo occorre fermarsi e riflettere, soprattutto se sei genitore. E porsi qualche domanda. La prima: ho svolto correttamente il mio ruolo di genitore? Sono stato capace di avere un contatto umano trasmettendo valori che sembrano ormai andati in disuso? Oppure: ho passato troppo tempo a non ascoltare, non giocare, non dialogare con i miei figli? Non è che, per caso, la partita di calcetto del mercoledì con gli amici, o la seduta di fitness o il corso di yoga mi hanno fatto perdere quel momento in cui nostro figlio ha smesso di chattare e voleva parlare con noi? Seconda domanda: ma questi genitori, che consentono a un minore di uscire a mezzanotte per andare in un qualche ritrovo e rientrare all’alba, hanno chiaro cosa è il concetto di responsabilità? L’ampio ventaglio di situazioni e le analisi riportate nel libro sfiorano appena, però, una questione che può 161 essere causa o concausa delle devianze giovanili e degli errori di tanti, troppi genitori: la crisi economica, il trionfo del capitalismo egoistico, la logica del primato a tutti i costi. Fattori, a mio modesto parere, importanti nel contesto sociale del Nord Italia. Dalla sofferenza economica che impegna padri e madri ad accettare lavori precari e malpagati, sabati e domeniche compresi, fino all’eccesso opposto: famiglie dove il denaro è tutto o quasi con annessi Suv, telefonini di ultimissima generazione, abiti e accessori griffati anche per i bambini di età prescolare. L’insegnamento trasmesso è: devi arricchirti nel modo più rapido possibile, e non importa se lasci qualche danno collaterale. L’ultima parte del libro, che è un’inchiesta giornalistica ma si legge come un saggio e ha leggerezza di una prosa da romanziere, è drammatica quanto la prima. Riguarda il rapporto con la criminalità organizzata. Dati e documenti da brivido. Ma anche in questo caso siamo di fronte a un affresco della società italiana che – come spesso sottolinea l’autore – sembra aver perso il senso civico, che ha visto scendere nella classifica valoriale l’educazione, la cultura, la solidarietà. Una società composta da uomini e donne, giovani e adulti, ripiegati su se stessi per un selfie da condividere con tutti, senza alcun motivo”.

Marino Massaro ex caposervizio de «Il Sole 24 Ore»